Romanzo Caporale, una nuova prospettiva sull’immigrazione

Romanzo Caporale di Annibale Gagliani offre al lettore una nuova prospettiva sul tema dell'immigrazione, ovvero quello dello sfruttamento ai limiti dello schiavismo del migrante all'interno della filiera produttiva capitalistica occidentale, impersonata dalla figura del caporale.

Romanzo Caporale di Annibale Gagliani offre al lettore una nuova prospettiva sul tema dell’immigrazione, ovvero quello dello sfruttamento ai limiti dello schiavismo del migrante all’interno della filiera produttiva capitalistica occidentale, impersonata dalla figura del caporale. Nel suo romanzo, con un forte realismo, l’autore riesce a mostrare quali sono le ragioni che spingono il migrante ad affrontare ogni sorta di peripezia pur di raggiungere la tanto agognata meta, ma allo stesso tempo mostra con disarmante chiarezza le ragioni che spingono chi sta dall’altra parte ad “accogliere” lo stoico protagonista del romanzo, ovvero il più bieco sfruttamento.

La fine dell’uomo nel caos italiano. Sulla terra vermiglia della Cava di Bauxite, a Otranto, il
suicidio narra, attraverso il flusso di coscienza, la vita da cacciatore di lucciole del protagonista, che
ricorda l’Alì dagli occhi azzurri di Pier Paolo Pasolini. Un condottiero possibile del Kenya,
animato da due modelli filosofici: don Donato Panna e Thomas Sankara. La corruzione politica del
suo Paese lo costringe a fuggire in Italia col sogno di costruire un avvenire di pace per la sua
famiglia. La disumana navigazione sul Mediterraneo lo conduce in una terra intollerante, avvolta da
buio impenetrabile. Ma lui, come Sisifo, porta il masso sopra la montagna. Diventa schiavo del
caporalato, ma non s’arrende: sfida il Fattore C sedimentato tra le sinapsi della gente comune. La
tragedia, dalla sequenza circolare, ha due insegnanti autorevoli: la storia e il dolore. Il giovane
antieroe è l’effige più lucida dello stoicismo di Lucio Anneo Seneca.

 

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