Newton: la legge di gravitazione universale? Fu opera di Pitagora

Siamo certi che sia stato Newton a scoprire le leggi della gravità? Molti elementi, compresi alcuni forniti dallo stesso Newton, lasciano intendere come le prime intuizioni matematiche sulla gravità risalgano a molti secoli prima, nello specifico agli studi di Pitagora e dei suoi allievi.

La legge della fisica passata alla storia come legge di Newton, pubblicata nel 1687, era già nota a Pitagora? Lo sostiene lo stesso Newton negli “Scolii Classici”, opera rimasta inedita fino al 1981, quando venne parzialmente pubblicata in Italia dal professor Paolo Casini sul Giornale Critico Della Filosofia Italiana. La cosa, per chi conosce davvero la storia della scienza, non è una novità assoluta; non solo non può essere sorprendente l’attribuzione ai greci di conoscenze avanzate sulla gravità, dato che queste (nonostante la perdita quasi totale delle fonti) emergono chiaramente nella letteratura ellenistica e latina; né è la prima volta che Newton attribuisce ad altri la formulazione quantitativa della legge di gravità. Newton per esempio tributò all’astronomo francese Ismael Boulliau il merito di aver già enunciato la legge dell’inverso del quadrato nella sua opera “Astronomia Philolaica”, edita nel 1645. Ma su questo punto torneremo dopo.

Quì le cose sconcertanti sono due: in primis l’attribuzione che Newton fa a Pitagora della legge dell’inverso del quadrato e poi le modalità stesse di questa attribuzione. Pitagora visse nel sesto secolo avanti cristo, quindi molto prima che le acquisizioni dell’astronomia greca possano rendere congrua questa conoscenza. Sarà infatti nel terzo secolo avanti cristo che Aristarco di Samo teorizzò il sistema eliocentrico dimostrato successivamente da Seleuco di Seleucia. Poi, grazie alle conquiste di Archimede, si sviluppa una conoscenza avanzata della gravità che consente a Posidonio, morto nel 50 A.C., di spiegare correttamente le maree come contrasto (o somma) tra l’attrazione di gravità della luna e quella del sole, con la prima che ha un ruolo preponderante. Insomma come faceva Pitagora, vissuto 500 anni prima, ad avere addirittura un’idea quantitativa della legge di gravitazione universale?

Venendo alle modalità: Newton non ha fonti dirette. Di Pitagora non ci è arrivato un solo frammento e quindi lo scienziato inglese si appoggia alle notizie che ci riporta Macrobio vissuto agli inizi del V secolo. Newton scrive: “Secondo la testimonianza di Macrobio, Pitagora applicò ai cieli la proporzione che aveva trovato con questi esperimenti e da ciò imparò l’armonia delle sfere. Confrontando poi quei pesi con i pesi dei pianeti e gli intervalli sonori con gli intervalli tra le sfere e la lunghezza delle corde con le distanze dei pianeti dal centro, intese con l’armonia celeste che i pesi dei pianeti rispetto al sole erano inversamente proporzionali al quadrato delle loro distanze”. Chiaro, no? Ebbene stando alle ricerche del professor Lucio Russo (su una sua conferenza tenuta all’Accademia Nazionale dei Lincei questo articolo, in parte, si basa) niente in Macrobio autorizza a pensare una cosa simile. Cioè non disponiamo di passi in cui Macrobio ci dice una cosa simile del pensiero di Pitagora. Quindi? Cosa sapeva Newton che noi ignoriamo?

Torniamo a quanto detto all’inizio e cioè che Newton espressamente cita e ringrazia l’astronomo francese Ismael Boulliau il quale enuncia la famosa legge di gravità in un’opera edita nel 1645, quando Newton aveva 3 anni. L’opera, come detto, era la “Astronomia Philolaica”, il cui fine era di ricostruire l’astronomia di Filolao, uno dei più famosi pitagorici e uno dei primi a lasciare Crotone per insegnare il pensiero di Pitagora nel Mediterraneo orientale. Boulliau dà una dimostrazione meramente geometrica della legge di gravitazione: scrive che l’azione gravitazionale, giungendo a distanza r, si diffonde su tutta la superficie della sfera di raggio r. La sua intensità deve essere quindi inversamente proporzionale alla sua superficie: cioè il quadrato di r. Boulliau aggiunge che questa legge vale anche per la diffusione della luce. Gli studi sui pitagorici di Boulliau hanno influenzato il giudizio di Newton su Pitagora, oppure Newton, che ha dedicato più tempo agli studi dei testi antichi che alla fisica, aveva fonti a noi sconosciute?

Di una cosa siamo certi: che non fu Boulliau il primo a quantificare la gravità. Usando un argomento geometrico come il suo, il primo a pubblicare una teoria quantitativa della gravità fu Ruggero Bacone nella sua opera Opus Majus, che venne pubblicata nel 1267 quando l’autore ne fece dono a papa Clemente IV. Anche in Bacone era presente l’analogia con la diffusione della luce.

Insomma, come dice il professor Ofer Gal dell’università di Sidney: “verso la fine degli anni ’60 del XVII secolo l’ipotesi di una proporzionalità inversa tra la forza di gravità ed il quadrato della distanza era abbastanza comune ed era stata avanzata da un certo numero di persone per diversi motivi”. Cosa normalissima nel mondo scientifico, aggiungiamo noi, dato che è proprio così che le idee scientifiche normalmente si consolidano: grazie al contributo di una comunità di intelligenze e non alla nascita di un genio fuori dal tempo che, colpito da una mela, capisce tutto come per una sorta di illuminazione divina.