Gli imperdonabili di Cristina Campo.

Ritenendo quel solo degno
laddove tutta l’arte è impiegata
Dante
“Ma la massa, si senta lesa o no, legge il principe di Lampedusa. Cenobi di ragazzi leggono Gottfried Benn, leggono Marianne Moore. Gli imperdonabili hanno discepoli” E noi che siamo lontani dalla perfezione ci sentiamo discepoli di Cristina Campo. Una sublime scrittrice che nella nota biografica che accompagnava un suo testo così si definiva ” Ha scritto poco e le piacerebbe avere scritto meno”. Questo poco è racchiuso in Gli imperdonabili e rappresenta quanto di più sontuoso sia stato prodotto in prosa italiana nella seconda metà del Novecento. Tra le cose da salvare e venerare della letteratura italiana. Ma trattandosi di un personaggio scomodo, l’operazione di rimozione non si è fatta attendere. Oggi la riscopriamo. Lei è stata un’imperdonabile come Marianne Moore, come Hofmannsthal, come Benn, come la Weil,tutti quanti avevano la passione della perfezione. E per farvene un’idea “Chiedere a un uomo di non distrarsi mai, di sottrarre senza riposo all’equivoco dell’immaginazione, alla pigrizia dell’abitudine, all’ipnosi del costume, la sua facoltà di attenzione, è chiedergli di attuare la sua massima forma. E’chiedergli qualcosa di molto prossimo alla santità in un tempo che sembra perseguire soltanto, con cieca furia e agghiacciante successo, il divorzio totale della mente umana dalla propria facoltà di attenzione”. Ha scritto Guido Ceronetti nel suo ritratto della scrittrice all’inizio del libro “Cristina Campo l’esile la morente fu un segno; e la raccolta di quel che di sé ha lasciato al termine di un’umbratile, filtrato viaggio nell’esistenza, in cui ci apparve come un’inferma che di rado lasciava il letto, ne è la musicale testimonianza. Una luce per chi è in grado, per intuitiva iniziazione, di riconoscere quel che sia Pneuma e filialità luminosa, ancora.” La meticolosa, speciosa, inflessibile scrittura della Campo possa accompagnare tutti noi visionari nell’epoca dello squallore.