Craxi, Sankara e la liberazione dei paesi del terzo mondo dalle catene del debito

Craxi e Sankara, due leader del passato, tanto diversi quanto lontani, hanno combattuto la stessa epocale quanto attuale battaglia: liberare i paesi africani dalle catene del debito. Tanto dalla dettagliata proposta di Craxi per annullare i debiti ai paesi del terzo mondo quanto dai discorsi di Sankara, si nota chiaramente come siano arrivati alla stessa rivoluzionaria conclusione, ancora oggi recuperabile ed attuabile.

Craxi e Sankara, due leader del passato, tanto diversi quanto lontani, hanno combattuto la stessa epocale quanto attuale battaglia: liberare i paesi africani dalle catene del debito. Tanto dalla dettagliata proposta di Craxi per annullare i debiti ai paesi del terzo mondo quanto dai discorsi di Sankara, si nota chiaramente come siano arrivati alla stessa rivoluzionaria conclusione, ancora oggi recuperabile ed attuabile.
Negli ultimi anni della sua carriera politica, Craxi ricevette l’incarico di rappresentante del segretario generale ONU, Peréz de Cuéllar, per i problemi dell’indebitamento dei paesi in via di sviluppo. Ricevette la nomina nel 1989, anno nel quale iniziò la sua battaglia per la remissione del debito pubblico ai paesi più poveri. Che poi fu la stessa battaglia per cui fu ucciso Thomas Sankara. Il meccanismo dell’indebitamento è stato utilizzato come un arma non soltanto per colonizzare paesi ricchi di risorse naturali, ma per costringerli a privatizzare tali risorse per ripagare un debito inesigibile e inestinguibile. L’intuizione di Craxi fu che se avessimo permesso a quei paesi di svilupparsi autonomamente, senza le catene del debito, avremmo evitato guerre, povertà, terrorismo e immigrazione, ovvero i maggiori problemi che affliggono il mondo contemporaneo. Ecco la dettagliata proposta di Craxi:

“Il servizio del debito costituisce globalmente un grosso ostacolo alla crescita dei paesi in via di sviluppo, accompagnandosi anche all’inaridimento degli afflussi ad essi di nuovi finanziamenti di mercato. Questo servizio schiaccia la crescita, distoglie l’afflusso di nuovi prestiti e purtroppo, incentiva la fuga di capitali, già di per se preoccupante. Il problema da risolvere riguarda dunque il perché, come e quanto questi debiti possano essere alleviati, senza ingiustizie e senza superficiali permissivismi, adeguandoli alle capacità di pagare e collegando tali alleggerimenti al recupero della crescita e allo sviluppo della cooperazione internazionale. Il Sud del mondo è una parte crescente della popolazione mondiale. Nel 1950 per ogni persona del Nord ve ne erano due nel Sud del mondo. Nel 1980 per ogni persona del Nord ve ne erano tre nel Sud. Nel 2025 si stima che per ogni persona del Nord ve ne saranno, nel Sud del mondo, ben 5,3. Le disparità che già ora noi troviamo fra Nord e Sud del mondo, fanno capire quanto delicata sia la nostra situazione di grande e crescente inferiorità demografica. Il prodotto lordo pro capite del Sud del mondo è solo il 6% di quello del Nord. Ben 800 milioni di persone risultano tecnicamente affamate. La mortalità materna nel Sud è oltre dieci volte che nel Nord mentre quella infantile è di circa dieci volte. Solo il 55% degli abitanti del Sud del mondo ha accesso ad acque igienicamente sicure, mentre la percentuale nel nord del mondo, specie se si escludono i paesi dell’ Est, si avvicina al 100%. In gran parte dell’Africa subsahariana l’aspettativa di vita è sotto i cinquanta anni, mentre nei paesi industriali è di settantaquattro anni. È in questo quadro che si inseriscono i due connessi temi dei debiti dei paesi in via di sviluppo e della loro crescita. Se i problemi non si risolvono in quei paesi, la pressione migratoria verso la parte ricca del mondo, già alta, diventerà enorme, i fattori di instabilità cresceranno. Il volume di tale debito di per se, certamente, non è colossale. Si tratta di circa 1.200 miliardi di dollari. Togliendo la quota dei debiti dei paesi del Sud Est asiatico di nuova industrializzazione (i cosiddetti Nic cioè new industrializing countries) il totale è di circa mille miliardi di dollari. Diviso per il numero degli abitanti dei paesi in via di sviluppo il debito estero è di ben 250 dollari per persona, una cifra che per noi sarebbe ben poca cosa. Riconoscere ciò implica due importanti conseguenze. Innanzitutto occorre che gli stati provvedano alla remissione (almeno sino al 90% nel caso dei crediti verso i paesi più poveri) del servizio dei prestiti fatti dalle loro istituzioni. La quota di riduzione potrebbe essere attorno al 40% per i debiti dei paesi a medio reddito e del 60-80% per i paesi a reddito medio basso. L’onere teorico di queste remissioni di servizi di debiti per la bilancia dei paesi ricchi sarebbe nel complesso lo 0,10% annuo del prodotto lordo, e pertanto porterebbe mediamente gli aiuti allo sviluppo dallo 0,35% allo 0,45% del loro prodotto lordo. D’altro canto secondo le mie proposte, la quota del servizio del debito che non verrebbe rimessa, per i crediti degli stati e di loro istituzioni, dovrebbe essere versata in valuta locale indicizzata a fondi per lo sviluppo economico, per la tutela dell’ambiente, per azioni sociali prioritarie come quelle per l’infanzia, per la formazione professionale, cui potrebbero anche andare altre risorse”.

Ecco invece il pensiero di Sankara sul tema del debito, estratto da alcuni dei suoi più famosi discorsi:

“Noi pensiamo che il debito si analizza prima di tutto dalla sua origine. Le origini del debito risalgono alle origini del colonialismo. Quelli che ci hanno prestato denaro, sono gli stessi che ci avevano colonizzato. Sono gli stessi che gestivano i nostri stati e le nostre economie. Sono i colonizzatori che indebitavano l’Africa con i finanziatori internazionali che erano i loro fratelli e cugini. Noi non c’entravamo niente con questo debito. Quindi non possiamo pagarlo. Il debito è ancora il neocolonialismo, con i colonizzatori trasformati in assistenti tecnici, anzi dovremmo invece dire «assassini tecnici»”.
“Il debito nella sua forma attuale, controllata e dominata dall’imperialismo, è una riconquista dell’Africa sapientemente organizzata, in modo che la sua crescita e il suo sviluppo obbediscano a delle norme che ci sono completamente estranee. In modo che ognuno di noi diventi schiavo finanziario, cioè schiavo tout court, di quelli che hanno avuto l’opportunità, l’intelligenza, la furbizia, di investire da noi con l’obbligo di rimborso. Ci dicono di rimborsare il debito. Non è un problema morale. Rimborsare o non rimborsare non è un problema di onore. Signor presidente, abbiamo prima ascoltato e applaudito il primo ministro della Norvegia intervenuta qui. Ha detto, lei che è un’europea, che il debito non può essere rimborsato tutto. Il debito non può essere rimborsato prima di tutto perché se noi non paghiamo, i nostri finanziatori non moriranno, siamone sicuri. Invece se paghiamo, saremo noi a morire, ne siamo ugualmente sicuri”.
“Quelli che ci hanno condotti all’indebitamento hanno giocato come al casinò. Finché guadagnavano non c’era nessun problema ; ora che perdono al gioco esigono il rimborso. E si parla di crisi. No, Signor presidente. Hanno giocato, hanno perduto, è la regola del gioco. E la vita continua. Non possiamo rimborsare il debito perché non abbiamo di che pagare. Non possiamo rimborsare il debito perché non siamo responsabili del debito. Non possiamo pagare il debito perché, al contrario, gli altri ci devono ciò che le più grandi ricchezze non potranno mai ripagare: il debito del sangue. E’ il nostro sangue che è stato versato”.

C’è poco da aggiungere. La soluzione al problema delle migrazioni passa proprio da qui.