Mani pulite fu un colpo di stato giudiziario

Mani pulite fu dunque il trionfo dei mercati, fu un colpo di Stato giudiziario ed extraparlamentare con cui si è rovesciato un sistema di stampo keynesiano in favore di un sistema liberista.

Mani pulite continua a essere celebrato come una liberazione, come il trionfo della democrazia sulla corruzione della prima repubblica. Ma siamo davvero sicuri che sia questo il corretto modo di interpretare i fatti? Mi permetto di sollevare il dubbio metodico di marca cartesiana esprimendo la mia tesi già argomentata nello studio “il futuro è nostro”(Bompiani, 2014).

diego fusaro antonio di pietro

Mani pulite con buona pace delle retoriche dominanti, fu un vero e proprio colpo di stato che rese possibile l’abbandono di quella cultura politica che, nonostante la corruzione, riusciva ad anteporre lo Stato al mercato, a garantire alti livelli di  welfare state e a mettere in primo piano la comunità umana e i suoi bisogni concreti, l’istruzione e la sanità garantite. Il fanatismo dell’economia doveva abbattere esattamente tutto questo, per sostituirlo con una politica che non fosse altro che la continuazione dell’economia con altri mezzi. Per i signori del mondialismo non era possibile imporre un regime liberista in Italia tramite un aperto colpo di stato manu militari. Lo fecero invece in nome della lotta alla corruzione, della giustizia, dell’onestà e della questione morale, raccogliendo il facile consenso di un opinione pubblica manipolata e rincretinita dal circo mediatico e dal clero giornalistico con parole d’ordine come “lotta alla corruzione” e “onestà”. Non è stato difficile in tal modo far si che gli italiani acconsentissero e di più volessero la distruzione dell’Italia come paese sovrano non ancora integralmente sottomesso al fanatismo economico. Difatti accadde questo, mani pulite distrusse i diritti sociali e una classe politica non ancora integralmente sottomessa all’economia. Ora, con la prima repubblica vi era di certo la corruzione, ma vi era pur sempre una classe politica ispirata a valori non coincidenti con quelli del mercato, anzi opposti ad essi. Quasi la totalità dei partiti, seppur diversi erano accomunati da un attenzione per il sociale che dopo il 1992 è scomparsa, da destra a sinistra. In quell’anno fu attuata la cosiddetta rivoluzione liberista, ossia la privatizzazione dell’intera società con aziendalizzazione del sociale, distruzione della politica e sostituzione dei politici con maggiordomi della finanza, rimozione dei diritti sociali (sostituiti dai diritti civili considerati i soli diritti esistenti), smantellamento del vecchio capitalismo europeo, dotato di welfare state, prontamente sostituito con il capitalismo selvaggio di stampo americano senza diritti o garanzie. “Ogni limite è per il capitale un ostacolo” scriveva già Marx. E il capitale procede al superamento degli ostacoli per imporre la forma merce ovunque. Questo è ciò che fu mani pulite, con buona pace delle anime belle e delle grandi narrazioni propagandate dal clero giornalistico e intellettuale. Vi fu la stessa forma di ipocrisia che oggi riscontriamo abitualmente nelle politiche estere statunitensi. Così come la lotta alla corruzione fu il casus belli per distruggere il sistema politico ed economico italiano, gli USA usano oggi i diritti umani come pretesto per effettuare, citando Preve, bombardamenti etici e embarghi terapeutici. Mani pulite fu dunque il trionfo dei mercati, fu un colpo di Stato giudiziario ed extraparlamentare con cui si è rovesciato un sistema di stampo keynesiano in favore di un sistema liberista. Dalla patetica scena del lancio delle monetine in poi si è aperto il ciclo di politiche interscambiabili di centro destra e centro sinistra dove a vincere fu sempre e solo il nesso di forza capitalistico. Da qui occorre ripartire per comprendere il declino italiano.