Craxi e la politica economica, verità e mistificazioni

Risposta punto per punto alle critiche che da sinistra arrivano alla politica economica Craxiana, partendo dalle analisi di Brancaccio, Labini, D'Onofrio.

Le critiche alla figura di Craxi si suddividono in due grandi categorie. Le prime sono quelle portate avanti dal club Travaglio, completamente vuote, basate su luoghi comuni, le quali mettono in evidenza tutta la pochezza e la scarsa profondità d’analisi degli autori. Le seconde invece sono su un piano completamente diverso, argomentate e precise, fatte da rispettabili autori, le quali contribuiscono in maniera del tutto positiva all’apertura di un dibattito sull’azione politica del primo Presidente del Consiglio socialista a vent’anni dalla sua morte. Per quanto riguarda la seconda categoria ho cercato di scegliere quelle che meglio la rappresentano, muovendo dalle analisi di Emiliano Brancaccio, Stefano Sylos Labini e Lorenzo d’Onofrio.

L’economista Emiliano Brancaccio, intervistato insieme a Stefania Craxi durante una puntata di Byoblu dice: “Craxi sostenne la compressione dei disavanzi primari” (per i non addetti ai lavori vuol dire semplificando che Craxi ridusse i trasferimenti di ricchezza ai cittadini). In realtà questo argomento, molto utilizzato nell’ambito del ragionamento “Craxi preparò la convergenza macroeconomica italiana per Maastricht” è completamente errato. Durante i governi Craxi il disavanzo primario crebbe nei primi momenti, poi si mantenne stabile e fu in media maggiore rispetto ai governi precedenti e successivi, chiaro ed evidente segnale di un trasferimento di risorse ai cittadini. E ciò accadde nonostante i “tecnici”, data l’esplosione della spesa pubblica dovuta all’aumento degli interessi, spingevano per rimediare (follemente) riducendo il disavanzo primario. Ma Craxi su questo punto non cedette di un millimetro, si limitò piuttosto a qualche annuncio. Dal grafico si può notare il disavanzo primario durante i due governi Craxi evidenziato in verde. Il disavanzo primario comincia a crescere nel primo governo Craxi, per poi mantenersi stabile durante i due governi (Craxi governa dal 1983 al 1987), inizia poi a ridursi invece dopo la fine del secondo governo Craxi.

Lo ripeto in estrema sintesi: i disavanzi primari nei due governi Craxi sono ai massimi storici, raggiungendo il picco nel 1985 (qui i dati numerici nel caso in cui il grafico risulti poco chiaro https://scenarieconomici.it/studio-esclusivo-litalia-pagato-3-447-miliardi-interessi-dal-1980-213-pil/ )

Ancora Brancaccio dice: “fu tra i primi architetti delle privatizzazioni“. Questa affermazione non trova alcun riscontro nella realtà. Sull’affaire Enimont Craxi fu strenuo difensore della parte pubblica Enichem in continua opposizione con le rivendicazioni della parte privata (Ferruzzi-Gardini). Craxi era fermamente contrario alla privatizzazione delle società d’interesse strategico per la collettività come mostro in numerosi episodi all’interno di “Bentornato Craxi”. Era favorevole alle privatizzazioni di società poco utili all’interesse nazionale, come i famosi “panettoni di stato” della SME, ma nonostante tutto si oppose alla tentata privatizzazione di Prodi a De Benedetti in quanto Craxi non riteneva il prezzo “congruo”. E Craxi ebbe ragione in quanto fu successivamente venduta a 8 volte il prezzo di Prodi. Sull’Alfa Romeo, la scelta era se venderla a poco ma tenerla in Italia o venderla a molto ma portarla all’estero. Il leader socialista scelse la prima soluzione, ma non certamente per fare un favore agli Agnelli, del quale Craxi chiaramente non era amico.

Ancora Brancaccio evidenzia con precisione che, nell’ambito della teoria del terzetto impossibile (Mod. IS-LM-BP), che incrementando la mobilità dei capitali e riducendo la flessibilità del cambio si perde il controllo sui tassi d’interesse. La risposta la da subito dopo l’intervistatore Francesco Toscano, evidenziando che i maggiori interessi rimanevano “in Casa” quindi non era affatto un problema. È proprio così, Craxi evitò accuratamente di vendere titoli di Stato all’estero, in quanto voleva in ogni modo evitare le pressioni di quelli che definiva “padrini internazionali del debito”. Bisogna oltretutto specificare che la perdita del controllo sui tassi è riconducibile al divorzio del 1981, il terzetto di Padoa Schioppa aggrava il processo di perdita di controllo sulla politica monetaria ma non ne è la causa determinante.

Infine Brancaccio dice che Craxi fu artefice di una “modernizzazione basata sull’apertura del paese ai processi di liberalizzazione finanziaria e di integrazione negli assetti capitalistici europei e globali”. Questo è tutto da dimostrare. In realtà accadde esattamente l’opposto, Craxi pose un freno e mostrò grande volontà di regolamentazione finanziaria nell’ambito dell’apertura e dell’integrazione del mercato dei capitali europeo. Questo cerco di spiegarlo con il maggior numero di argomenti possibili nel testo “Bentornato Craxi”.

Importante critica posta in essere invece da Lorenzo D’Onofrio è: “Il Psi rimase al governo anche, nel governo Andreotti VII che ci portò in Maastricht, trattato firmato dal ministro De Michelis (PSI); nel governo “lacrime e sangue” di Amato (PSI); nel governo Ciampi“.

Vero, ma considerare Craxi ancora influente dopo il 1991 significa non conoscere in modo preciso come andarono le cose in quegli anni. Craxi fu allontanato, poi letteralmente estromesso dalla vita politica con il “tradimento di Scalfaro” che nominò Amato Presidente del Consiglio nonostante le forze politiche vincitrici delle elezioni dell’aprile 1992 avessero indicato Craxi. Scalfaro lo fece per un motivo ben preciso, Craxi non voleva fare le privatizzazioni e il ruolo di quel governo doveva essere proprio quello di privatizzare tutto. Amato fu subito pronto, nominato il 29 giugno già l’11 luglio con decreto 333 trasforma in S.p.a Eni, Enel, Iri, Ina. Poi tutto il resto è storia. Ma Amato e Ciampi erano i due più acerrimi nemici di Craxi negli anni ’90, costantemente attaccati da articoli del leader socialista e pensare che Craxi avrebbe potuto in qualche modo influenzare le loro decisioni è quantomeno irreale. I pensieri di Craxi su Maastricht sono scritti nero su bianco. Fare speculazioni su ciò che fece De Michelis o Andreotti mi sembra un voler addossare a Craxi forzatamente cose che non ha fatto.

Al ragionamento di D’Onofrio sul saldo primario la risposta è la stessa data sopra a Brancaccio. Poi ancora lo stesso dice:

Contemporaneamente iniziava la stretta sui salari dei lavoratori italiani (fino ad allora costantemente in crescita) con l’attacco craxiano alla Scala Mobile“. In realtà è molto facile andare a verificare come i salari reali (salario nominale/livello dei prezzi) indice abbastanza affidabile del potere d’acquisto delle famiglie, soggetto ad una lenta crescita prima del “decreto di san valentino” ricomincia a galoppare subito dopo, dal 1985 in poi. Questo perché la vulgata ci ha raccontato che “Craxi tagliò la scala mobile”. In realtà fu Amato qualche anno dopo a tagliarla, il governo Craxi fece qualcosa di ben diverso, che come mostrano i dati portò ad una crescita e non ad un calo dei salari reali. Ma a questo argomento, data la sua importanza e la sua ampia diffusione ricca di fraintendimenti, dedicherò a breve un video.

Ulteriore inemendabile colpa attribuita a Craxi è: “dava avvio al processo di modifica dei Trattati di Roma che avrebbe portato all’Atto unico europeo, che avrebbe sancito il completamento del mercato interno – con la libera circolazione di persone, merci, capitali e servizi”. Ma anche qui le cose stanno diversamente, e dare la colpa a Craxi è errato e fuorviante. Craxi e Andreotti fecero un gran numero di interventi, come ha ricordato di recente in modo puntuale Marco Bachetti, proprio contro l’impostazione franco-tedesca del Trattato. L’Italia uscì sconfitta da quella trattativa, non vi sono dubbi, ma non di certo con la compiacenza di Craxi. Le idee di Craxi sull’UE sono inequivocabili e ben dettagliate: creare un unione politica, basata su un aumento delle politiche sociali. Questa era la Maastricht che voleva. Non di certo un unione regolata dalla finanza, piuttosto voleva un unione capace di regolare la finanza. Da qui le critiche di Craxi all’impostazione franco-tedesca di Maastricht e dell’Euro, documentatissime peraltro in “bentornato Craxi”. Considerare Craxi contrario all’unione è un grave errore, tanto quanto considerarlo padre di questa unione. Craxi aveva la visione di un’Italia paese leader nel continente europeo e paese leader nello spazio mediterraneo.

“In tutto questo, fra il 1982 e il 1989, un Romano Prodi mai messo in discussione dai governi craxiani iniziava lo smantellamento dell’IRI”. Che Craxi non abbia mai messo in discussione Prodi è completamente falso. Craxi lo bloccava nonostante fosse lì messo in quota DC (il partito di maggioranza del governo), come accadde nella famosa e già citata vicenda dello Sme.

Ancora: “Scelte di politica monetaria adottate a cavallo degli anni 70-80, che non mi risulta Craxi abbia contrastato”. E invece accadde che il Psi di Craxi, nella persona di Rino Formica, fece cadere il governo Spadolini proprio sul Divorzio Tesoro-Banca d’Italia con l’episodio che passa alla storia come “lite delle comari”.
Poi il buon D’Onofrio fa una critica che in parte condivido: “Craxi ha trasformato il PSI in Forza Italia”. Grande demerito di Craxi fu quello di circondarsi, tranne rare eccezioni, di fedelissimi che tali erano solo perché approfittatori, ma incapaci in ogni ambito. I nani e le ballerine di cui parlava Formica.

Infine, Stefano Sylos Labini, fa una critica molto precisa: “A proposito di Craxi, Ciampi e il divorzio Tesoro-Banca d’Italia. Se Craxi fosse stato contro il divorzio avrebbe dovuto sostituire Ciampi il quale aveva presentato le sue dimissioni nel 1985 in seguito alla svalutazione della lira. Le dimissioni di Ciampi furono respinte dal governo Craxi”. Le cose andarono in modo diametralmente opposto a quanto evidenziato da Labini. Craxi fu durissimo con Ciampi per come gestì la crisi della lira e fu proprio Craxi a spingere Ciampi alle dimissioni. Craxi era costantemente pressato e spinto a fare dichiarazioni accomodanti sulla questione dell’indipendenza della BI, ma in verità era già pronta la sostituzione di Ciampi al vertice di BI, con ogni probabilità con Rino Formica. Fu lo stesso Ciampi a ritirare le dimissioni su pressione del Ministro del Tesoro Goria, proprio perché le dimissioni di Ciampi avrebbero portato alla caduta del governo che nessuno dei partiti di maggioranza voleva. Ma specialmente perché venne fuori che era pronta la sostituzione di Ciampi e l’indipendenza della BI era a rischio.

Cerco in tal modo di dare un contributo al dibattito, consapevole del fatto che un grandissimo numero di italiani, ammiratori di Scanzi, Travaglio e Barbacetto, continueranno a credere che le tangenti di Craxi hanno provocato il debito pubblico.