Trump in difficoltà: gli USA vogliono la guerra

Solo il 6% dei cittadini americani sembra preoccupato dalla Russia, eppure le televisioni impiegano oltre il 70% delle trasmissioni politiche al tema. I media mainstream insistono nel richiedere un confronto diretto con Mosca. Gli USA vogliono la guerra.

Negli USA i tamburi di guerra suonano forte ed insistentemente ed il presidente Trump, che aveva vinto le elezioni sulla promessa di bloccare la guerra permanente, è in difficoltà: è stato messo in un angolo e molti analisti credono che rischi anche la pelle.

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I media mainstream, sono concentratissimi sulla Russia e le voci che vogliono un confronto diretto con Mosca, con la scusa delle vicende siriane, sono oramai maggioritarie anche tra i parlamentari, dato che l’intero partito democratico ed i neo-con repubblicani parlano di un confronto diretto con Mosca. Ad opporsi ad un’escalation militare, oltre al popolo americano, sono i liberali repubblicani come Ron Paul ed i trumpiani di ferro da un lato e dall’altro quella parte più di sinistra dei democratici, storicamente pacifista, che vede in Tulsi Gabbard la propria eroina, che però è sotto-rappresentata all’interno della dirigenza del partito. I primi a scagliarsi contro la Russia sono stati i democratici che hanno accusato Mosca di interferenze nella campagna elettorale. Interferenze per le quali non si è visto uno straccio di prova e mai si vedrà dato che siamo di fronte ad un’accusa falsa e come tale non provabile. Il DNC (cioè il Comitato Nazionale Democratico) che accusa la Russia di aver hackerato i propri sistemi, non ha mai concesso all’FBI ed alla NSA (che in materia sono i migliori) di poter ispezionare i propri computer per fare le indagini. In queste condizioni le accuse sono quantomeno poco credibili dato che con i dati messi a disposizione dei democratici non si può risalire all’effettivo autore. Ma alcune cose si possono stabilire anche così: e ciò che si sa è che il computer da dove è partito l’attacco lungi dal trovarsi in Europa dell’est si troverebbe nella costa orientale degli USA.

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Si sapeva che la Clinton era la candidata meno amata dagli elettori, Sanders era il più apprezzato e secondo i sondaggi avrebbe sconfitto Trump in un’eventuale confronto. Ma il Comitato Nazionale Democratico ha truccato le primarie impedendo il confronto tra i due candidati antisistema e consentendo alla Clinton di sfidare Trump e perdere, come era ampiamente prevedibile. A quel punto è iniziata la campagna di delegittimazione di Trump che ha dovuto passare la quasi totalità del tempo a difendersi dall’accusa di essere un uomo al soldo di Putin. Nientedimeno. Il tutto inoltre è basato sul nulla più assoluto. Il popolo americano è concentrato su altri problemi: intervistati di recente su quale ritengano essere la priorità del governo, gli americani propendono per la sanità col 35%, poi problemi come il lavoro 12% e terrorismo anche al 12%, solo il 6% dei cittadini sembra preoccupato dalla Russia. Eppure le televisioni impiegano oltre il 70% delle trasmissioni politiche al tema Russia.

Con il casino siriano le cose si sono complicate: Trump, che un genio di certo non è, ha rimosso Bannon e Tillerson che lo avevano accompagnato nel percorso politico e si è circondato di neocon ostili come Pompeo che rappresentano quel sistema contro cui il presidente eletto si è pronunciato in campagna elettorale. Gli elettori di Trump, sconcertati del recente bombardamento sulla Siria si dolgono dell’isolamento del presidente e della crescente aggressività della retorica antirussa che impera nei media. I giornalisti anche della FOX (come Carlson Tucker) o CNN che hanno osato chiedere le prove dell’attacco chimico di Assad a Douma vengono tacciati di essere pagati dai russi, lo stesso è successo anche al presidente dei laburisti Corbyn in Inghilterra. Robert Fisk uno dei più grandi reporter della storia del giornalismo è stato a Douma ed ha detto che l’attacco chimico di Assad è una bufala, ebbene anche lui è stato bollato come putiniano. Sembra che negli USA si stia replicando ciò che si era verificato con il Maccartismo: se si hanno dei dubbi sulla politica aggressiva nei confronti di Mosca si viene tranquillamente tacciati di essere agenti di Putin, se un giornalista chiede spiegazioni e prove vere, viene ostracizzato e spesso licenziato, come già successo prima delle varie guerre in cui l’America è stata trascinata. Stavolta però l’obiettivo è Mosca e forse per i chiacchieroni di Washington, che sanno solo raccontare frottole, è un pesce troppo grande per non farsi male davvero.