Aldo Moro aveva capito tutto

Dopo anni di indagini, inchieste e ricerche ancora si discute su chi possa essere stato il mandante e quale il movente. Basterebbe rileggere le lettere inviate da Aldo Moro il quale, in condizione di prigionia, da un apparentemente insignificante dettaglio, capì tutto. "Vi è forse, nel tener duro contro di me, un indicazione americana e tedesca?".

Quando si avvicina l’anniversario del rapimento di Aldo Moro saltano fuori tutte le diverse teorie sulle motivazioni e sui misteri del suo rapimento e assassinio. Da chi senza aver mai letto un singolo atto da ogni colpa ai sovietici a chi trasmette ridicoli documentari (La7), da chi tira fuori i risultati delle varie commissioni parlamentari a chi pubblica libri seri e approfonditi che ricostruiscono meticolosamente i fatti, come “Il puzzle Moro” del bravissimo Giovanni Fasanella. In pochi però si soffermano sul fatto che già Aldo Moro, rinchiuso e con limitatissime possibilità di analisi, da un apparentemente insignificante dettaglio, riuscì a trovare il bandolo dell’ingarbugliata matassa.

aldo moro

In una delle lettere scritte dalla prigionia, precisamente in quella inviata all’On. Zaccagnini, il leader della DC, al fine di smentire la tesi di chi sosteneva che la prigionia avesse indebolito la sua ragione ed intaccato i suoi principi, dimostra di esser sempre stato dell’opinione che, nei casi più delicati, lo stato dovesse trattare con i criminali, in specie quando alle ragioni umanitarie si unisse il criterio d’urgenza. Per dare prova di questa sua profonda convinzione invita a testimoniare due persone che hanno ascoltato più volte i suoi ragionamenti a sostegno di tale tesi. I chiamati in causa erano l’On. Gui, il quale ha avuto modo di apprendere il pensiero di Moro durante una contesa sulla legge sui rapimenti e l’On. Taviani con riferimento ad una discussione avuta a proposito del caso Sossi. L’On Gui conferma quanto scritto da Moro ma Taviani nega.  Da questo dettaglio, da questa smentita di Taviani, Moro capisce e scrive chi sono stati i mandanti della farsa messa in scena per il suo omicidio.

Leonardo Sciascia scrive nel “L’Affaire Moro” (Adelphi Edizioni 1983): <<E non solo la conferma di Gui, ma anche la considerazione che Moro non avrebbe chiamato in causa, a testimoniare cosa non vera, un “amico” che sa non tanto amico, rendono vana e miserevole la smentita di Taviani>>.

Fu infatti lo stesso Moro a trarne le conclusioni nella successiva lettera: <<Al tempo in cui avvenne l’ultima elezione del Presidente della Repubblica, il terrore del valore contaminante dei voti comunisti sulla mia persona, indusse Taviani e qualche altro personaggio del mio partito ad una sorta di quotidiana lotta all’uomo, fastidiosa per l’aspetto personale che pareva avere, tale da far sospettare eventuali interferenze di ambienti americani… Nella sua lunga carriera politica Taviani ha ricoperto i più diversi ed importanti incarichi ministeriali. Tra essi vanno segnalati per la loro importanza il ministero della Difesa e quello dell’Interno, tenuti entrambi a lungo con tutti i complessi meccanismi di centri di potere e diramazioni segrete che essi comportano. A questo proposito si può ricordare che l’amm. Hencke, divenuto capo del SID, e poi capo di stato maggiore della difesa, era un suo uomo che aveva a lungo collaborato con lui… In entrambi i delicati posti ricoperti ha avuto contatti diretti e fiduciari con il mondo americano. Vi è forse, nel tener duro contro di me, un indicazione americana e tedesca?>>.

Dalla lettura di una qualsiasi biografia di Paolo Taviani si evince che egli sia stato uno dei fautori ed abbia dato concreta attuazione agli accordi tra governo e NATO per l’operazione Stay Behind, in Italia soprannominata “Gladio”. Moro era colpevole di voler realizzare la “Democrazia Compiuta”, di voler dare piena sovranità al paese rafforzandone il potere politico attraverso l’inclusione di tutte le forze parlamentari. Questo dava fastidio a molti. Dalle parole di Kissinger: “Onorevole deve smettere di perseguire il suo piano politico per portare tutte le forze del suo Paese a collaborare direttamente. Onorevole o lei smette di fare queste cose o la pagherà cara, molto cara”. Quel che noi sappiamo per certo è che Aldo Moro sarà sempre ricordato per aver difeso gli interessi italiani in ogni occasione, per aver risolto meglio di ogni altro paese, con accordi bilaterali condotti quasi in solitudine, la crisi petrolifera degli anni ’70, per aver costruito una ferrea intesa con i palestinesi firmando il “patto Moro” con Arafat, per aver pensato il gasdotto Italia-Algeria denominato Enrico Mattei, per aver dato all’Italia il ruolo di guida del mediterraneo, per aver tentato a costo della vita di dare una conclusione diversa alla guerra fredda, una conclusione alternativa alla schiacciante vittoria di un blocco e all’imposizione di un mondo unipolare.

 

note: L’affaire Moro, Leonardo Sciascia, Sellerio editore, 1983, p. 58-59, 71-72