Sulla questione ambientale

La questione ambientale va reimpostata. Le proteste vanno indirizzate contro i veri inquinanti, ovvero le prime 100 multinazionali, quelle che producono il 71% dell'inquinamento globale.

di Andrea Costa

greta thunberg macron

Spesso il sovraccaricarsi di interventi, prese di posizione e dichiarazioni rende impossibile alla platea dei cittadini il compimento di un’analisi schietta delle questioni oggetto del dibattito.
Queste parole, che valgono come principio generale, sembrano adattarsi perfettamente al tema che in questi mesi è al centro dello scontro mediatico, e cioè il tema dell’ambiente.
Così, infatti, il martellante e persistente dibattito costruito attorno all’iniziativa della sedicenne svedese Greta Thunberg andrebbe canalizzato in un tentativo di analisi logica che per il momento, ad avviso di chi scrive, è stato sempre filtrato da un approccio emozionale alla tematica.
Nel tentativo di fare un brevissimo redde rationem sarà opportuno mettersi d’accordo su alcuni punti che possano definire una posizione di sinistra.
Il primo punto in assoluto è che i cambiamenti climatici esistono, e questi sono almeno in parte determinati dall’attività antropica. Il secondo punto che bisogna prendere in esame, invece, è l’insanabile contrasto che esiste tra realtà naturale e attività antropica. L’azione dell’uomo, infatti, si concretizza in una serie di comportamenti e attività che per definizione si svolgono contro la natura. Ciò avviene già a partire dal momento in cui l’uomo esce dallo stato naturale – e dalla sua legge – per porre le basi della civiltà. Spesso, specie nel dibattito attuale, si tende a dimenticare questo aspetto, ma qualsiasi società umana – dal neolitico ad oggi – ha avuto il preciso ed unico obiettivo di adattare sistematicamente la natura alle esigenze, ai bisogni ed alla volontà dell’essere umano.
Questo è un punto di differenza unico dell’uomo che non esiste in nessun altro animale, e che lo caratterizza ontologicamente. L’atto stesso del coltivare un campo, dell’addomesticare gli animali, fino a quello costruire una diga per generare energia elettrica, sono comportamenti che obbligano una natura brutale e indomita ad obbedire alla volontà e alla necessità dell’umanità. Senza questo sforzo di ‘lotta contro la natura’ la civiltà di per sé non esisterebbe, e senza di esso saremmo (purtroppo o per fortuna) costretti a vivere con le gambe penzoloni da un albero.
Dico questo per rifuggire e scardinare tutte quelle tesi reazionarie che impongono l’ambiente come valore assoluto e totalizzante e che identificano nello stato di natura l’optimum a cui l’uomo debba aspirare e ritornare. Le chiamo tesi reazionarie poiché derivano da una forma di conservatorismo ancestrale, che si traduce nell’obbligo dell’uomo di preservare a tutti i costi la natura e se possibile ‘ritornare’ a quel remoto passato in cui l’uomo viveva in armonia (leggasi in balìa) con la natura stessa.
Se questo ragionamento fila, allora potremmo dire che l’ambiente non è da intendere come un valore assoluto, bensì come un concetto relativo, che deve essere valorizzato solo nella misura in cui ciò determini un vantaggio per la comunità umana. In questo senso l’optimum non sta nella conservazione fine a sé stessa, ma nel raggiungimento ‘minimo sacrificio’ dell’ambiente; sacrificio che non può mai comunque spingersi oltre la soglia del dannoso per l’uomo.
Allora, in questo senso, sono da condannare e da evitare tutte quelle lesioni dell’ambiente che vanno a detrimento della salute, della sicurezza e della vita dell’uomo.
Ed allo stesso modo, allora, e nella misura in cui il cambiamento climatico rischia di provocare un forte pregiudizio per la comunità umana, la lotta per l’ambiente va sposata e sostenuta.
Premesso quanto sopra, e ammesso che il problema dell’ambiente esiste, occorre impostare un ragionamento sulle modalità con cui la lotta ambientale va portata avanti.
Il rischio che si palesa è, infatti, quello di cedere alla versione ‘banalizzante’ della lotta per l’ambiente intesa come lotta per la conservazione o il ripristino dello stato di natura, cioè per il ripristino di un ambiente ‘sano’ in cui non vi sia alcuna attività antropica che contrasti con la natura.
Per le ragioni che abbiamo sostenuto sopra questa visione non solo contrasta ontologicamente con la possibilità di espletare qualsiasi attività umana, ma spesso va a braccetto con una forma moraleggiante di ambientalismo che si traduce in una ripartizione uguale di responsabilità tra tutti i membri della comunità.
In questo quadro, invece, da un lato il nemico comune diventa la totalità degli esseri umani ed il singolo stesso che per il suo esistere sporca, inquina e rovina la natura; dall’altro si dimentica che non tutti siamo colpevoli dell’inquinamento allo stesso modo.
Estremizzando questa logica, infatti, si potrebbero arrivare a porre sullo stesso piano le responsabilità di una persona che non differenzia i suoi rifiuti o che incivilmente getta una sigaretta o un fazzoletto per terra con quelle del titolare di un impianto petrolchimico o siderurgico.
Se, infatti, tutti sono ‘colpevoli’ per il semplice fatto di svolgere un’attività umana, il profilo di ‘quanto si è colpevoli’ passa immediatamente ad essere una questione di dettaglio, posto che inevitabilmente ci si è macchiati di una ‘colpa’.
Questa lettura trascura che il fonte principale della battaglia per l’ambiente si combatte attorno alla produzione dei gas serra, e del pari essa trascura che la maggior parte dei gas serra determinati dall’attività antropica viene emessa proprio da impianti, fabbriche, allevamenti riferibili ad un numero di soggetti relativamente basso pochi soggetti, rispetto ai 7 miliardi di uomini che vivono sulla terra.
Un’inchiesta riportata dal quotidiano inglese Guardian, a tal proposito, ha dimostrato come colpevoli del 71% delle emissioni siano solo 100 imprese, includendo tra queste dei colossi che spesso sono elogiati per il loro approccio customer-friendly e l’alto livello tecnologico dei loro prodotti quali Apple, Facebook, Google e persino Ikea.
Se questo è vero, va dedotto che la responsabilità maggiore è quella che grava sulle grandi compagnie, pienamente inserite nel sistema di produzione capitalista, dirette responsabili della maggior parte dei comportamenti che stanno devastando il pianeta.
La responsabilità di questi soggetti si declina in particolare nel non voler far fronte alle ingenti spese necessarie per l’adozione di tecnologie ecosostenibili, che pure esistono. Questo fenomeno si verifica proprio poiché, per la logica intrinseca del sistema capitalistico, interamente finalizzato al profitto, esse si rifiutano di procedere ad un aggiornamento tecnologico o ad una ricerca che (nell’immediato) significherebbero solo una diminuzione del dividendo da assegnare a ciascuno dei propri azionisti.
Se questo è vero, un discorso progressivo sull’ambiente va necessariamente impostato su una dialettica di confronto tra cittadini e grandi compagnie, volto a imporre le ‘riforme tecnologiche’ che questi per troppo tempo hanno omesso. Si tratta dell’ormai celebre Green New Deal, auspicato dalla maggioranza delle forze socialiste a livello internazionale e che – a mio avviso – sembra essere passato in secondo nel corso della marcia del ‘Fridays for future’.
Il discorso, infatti, non è stato declinato additando le precise responsabilità dei campioni del sistema capitalistico che procrastinano (quando non ostacolano) l’evoluzione ecologica della tecnologia.
A me pare, invece, che la manifestazione del 15 marzo abbia omesso di soffermarsi su questo dettaglio ed ha accolto la lettura ‘auto-castigante’ secondo cui siamo tutti colpevoli e noi tutti dobbiamo cambiare per salvare la terra.
Il discorso va dunque reimpostato in modo più chiaro, abbandonando la visione millenaristica che ci vede tutti colpevoli ed avvicinandosi di più ad un’analisi razionale che individui i veri responsabili del cambiamento climatico, e li fermi.
La ragione di questo necessario aggiustamento di tiro è una e una soltanto: dobbiamo salvare veramente il pianeta.