1992, una guerra tra Italia e mercato

Il sistema ad "economia mista" ha garantito grande benessere e sviluppo al nostro paese. Tale sistema vincente, studiato in tutto il mondo, ci ha permesso di diventare la quarta potenza mondiale. Con questa breve analisi cercheremo di capire come e da chi è stato distrutto.

Il 1992 rappresenta uno spartiacque per la politica economica italiana in quanto segna il passaggio dal sistema di “economia mista” a quello di “economia di mercato”. Il primo, pur contemplando la totale libertà dell’iniziativa privata, si caratterizzava per la presenza dello Stato nell’economia come attore nei settori strategici dell’industria, come regolatore delle inefficienze del libero mercato, come redistributore della ricchezza attraverso il welfare state e come primo mediatore tra i grandi capitali e i lavoratori. Tale sistema garantì sin dal dopoguerra forti livelli di sviluppo, benessere sociale e riduzione delle disuguaglianze.

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L’apertura all’economia di mercato avvenne nel 1992 per mezzo di politiche di privatizzazione delle grandi imprese pubbliche, liberalizzazione dei settori strategici, deregolamentazione dei mercati finanziari, flessibilizzazione del mercato del lavoro, riduzione della spesa corrente, rimozione della separazione tra banche d’affari e di credito, seguendo con ritardo le politiche liberiste portate avanti nel corso di tutti gli anni ’80 in Inghilterra e negli Stati Uniti rispettivamente dai governi Thatcher e Reagan. Con ritardo poiché una parte della classe politica italiana, dalla maggioranza all’opposizione, con alla testa il Partito Socialista Italiano nelle figure di Bettino Craxi e Rino Formica, si oppose con vigore, nel corso di tale decennio, all’applicazione delle politiche liberiste, in quanto ne riconobbe con lungimiranza tutte quelle contraddizioni che le rendevano inadatte al naturale sistema economico italiano. Piuttosto, con i governi del “pentapartito”, il sistema di economia mista si rafforzò raggiungendo sempre nuovi traguardi. l’Italia diventò la quarta potenza industriale, ai vertici mondiali per PIL e PIL pro capite, le disuguaglianze smisero di crescere (l’incremento dell’indice di Gini si arrestò nel corso di tutti gli anni ’80). Tale modello iniziò ad affermarsi come un sistema valido a livello globale, una vera e propria “terza via” italiana. L’intuizione che la riduzione del potere pubblico nell’economia avrebbe favorito i grandi gruppi di potere privati nazionali e internazionali, i quali non avrebbero certamente difeso l’interesse della collettività, si mostrò corretta. Il successo dell’Italia e gli scarsi risultati in termini di crescita dell’Inghilterra della Thatcher ne furono la concreta prova; le teorie di Milton Friedman, di grande successo in quegli anni, furono messe all’angolo dalla concretezza dello sviluppo italiano. Ma tutto ciò a qualcuno non andava bene, la classe politica italiana si metteva di traverso all’imposizione di un modello liberista in tutto l’Occidente dove, rimosso il ruolo dello Stato e della Politica, i grandi gruppi economico finanziari avrebbero assunto nuovi, enormi poteri. Questo è ciò che effettivamente accadde nel 1992, la classe politica della prima repubblica fu rimossa coercitivamente da un intreccio tra informazione, finanza e settore giudiziario. Vi fu un disegno ben preciso che sarà a più riprese analizzato, approfondito e reso disponibile al lettore di questa rivista.

Determinante per la riuscita di tale disegno fu il ruolo dell’informazione, totalmente in mano agli stessi gruppi finanziari usciti dalla tempesta giudiziaria del 1992 come unici vincitori. Ѐ in quest’ottica che bisogna guardare agli accadimenti di quell’anno per comprenderne la natura, bisogna analizzare con attenzione le politiche economiche attuate dopo tale data, e osservare cosa accadde da un lato a chi ad esse si opponeva e dall’altro a chi invece le avallava. Dopo una simile analisi appare chiaro che le turbolenze che hanno fatto da protagonista nel 1992 italiano non sono state altro che il mezzo attraverso cui si è operata la ”rivoluzione” eliminando gli oppositori politici per l’unica via possibile, quella giudiziaria. I grandi oppositori alle politiche liberiste sono finiti nel migliore dei casi alla gogna mediatica, bollati come rappresentanti di un sistema corrotto, se non privati del lavoro, della libertà e in alcuni casi della vita. Gli apologeti delle suddette politiche, come Ciampi, Draghi e Prodi in testa furono invece elevati al ruolo di padri della patria, padri della nuova Repubblica. I politici italiani furono a ragion veduta grandi oppositori del liberismo in quanto convinti che incrementare ulteriormente il potere del “mercato” nell’economia avrebbe certamente portato un inasprimento delle disuguaglianze e diminuito il benessere sociale modificando il rapporto di forza tra imprese e lavoratori totalmente a favore delle prime. La loro grande preoccupazione era che il potere politico fosse sostituito dalla grande finanza dirigendo gli obbiettivi dell’economia verso gli interessi privati a discapito di quelli sociali. A ciò si aggiunga il fatto che alcune attività necessarie alla collettività non sono remunerative, dunque non potrebbe svolgerle nessun altro soggetto se non lo Stato, ma privando quest’ultimo dalla possibilità di fare spesa, quelle fondamentali attività rimarrebbero irrisolte. Si pensi ad esempio al restauro dei monumenti storici, al soccorso da prestare ai terremotati, agli ammodernamenti necessari alle infrastrutture del Sud Italia, agli interventi sugli argini dei fiumi per prevenire le inondazioni, alla tutela dell’ambiente, e si potrebbe continuare a lungo. Mai il mercato si occuperebbe di tali problemi, ne questi possono essere lasciati alla beneficenza o all’iniziativa privata. Deve essere lo Stato con la sua capacità di spesa ad occuparsene. Invece si distrusse tutto ciò che di buono vi era nelle attività dello Stato italiano, tranne quelle cose che realmente andavano abbattute, come la burocrazia o le eccessive tasse. La politica economica più vicina a quella della prima Repubblica italiana non poteva che essere un sistema misto di stampo keynesiano, che riconosca il ruolo dello Stato come mediatore fondamentale tra gli interessi privati e quelli della collettività, e che riconosca come legittime tutte le sovranità che stanno in capo al potere pubblico, da quella monetaria a quella militare, dalla politica industriale agli esteri. Esattamente tutto ciò che abbiamo perso con la caduta del sistema politico della prima Repubblica, con la “rivoluzione liberista”, con quello che oggi possiamo a ragion veduta definire “colpo di Stato per via giudiziaria”.