Craxi sull’Unione Europea

Così Craxi ci ammoniva sulle contraddizioni dell’Unione Europea e dell’euro. Già nel corso degli anni ’90 aveva inquadrato perfettamente le conseguenze di un integrazione europea così strutturata.

“I parametri di Maastricht non si compongono di regole divine. Non stanno scritti nella Bibbia. Non sono un’appendice ai dieci comandamenti. Poiché si tratta di un trattato, la cui applicazione e portata è di grande importanza per il futuro dell’Europa comunitaria, come tutti i trattati può essere rinegoziato, aggiornato, adattato alle condizioni reali ed alle nuove esigenze”.

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“Il governo italiano, visto l’andazzo delle cose, avrebbe dovuto per primo, essendo l’Italia tra i maggiori paesi la più interessata a porre con forza nel concerto europeo il problema della rinegoziazione di un trattato che nei suoi termini è divenuto obsoleto e financo pericoloso. Non lo ha fatto il governo italiano. Non lo fa l’opposizione, che rotola anch’essa nella demagogia europeistica. Questa è la regola del buon senso, dell’equilibrio politico, della gestione concreta e pratica della realtà. Su di un altro piano stanno i declamatori retorici dell’Europa, il delirio europeistico che non tiene conto della realtà, la scelta della crisi, della stagnazione, e della conseguente disoccupazione. Affidare effetti taumaturgici e miracolose resurrezioni alla moneta unica europea, dopo aver provveduto a isterilire, rinunciare, accrescere i conflitti sociali, è una fantastica illusione che i fatti e le realtà economiche e finanziarie del mondo non tarderanno a mettere in chiaro”.

“Quattro anni fa mi capitava di osservare che il trattato di Maastricht si presentava come un’opera ancora molto incompleta. Tre questioni dovevano essere approfondite, e l’Italia era ancora più di altri, assolutamente interessata a farlo. La prima poteva essere definita una questione democratica. Di fronte ai crescenti compiti di direzione e di coordinamento spettanti all’unione, che andavano dal campo monetario a quello fiscale, dalla ricerca scientifica e tecnologica all’agricoltura e all’ambiente, per non dire in prospettiva alla politica estera, alla difesa, sanità, politiche sociali e cultura, si imponeva una fondamentale riflessione. Quale sarebbe stato in prospettiva il ruolo e la funzione reale del parlamento europeo, presente in un ambito molto ristretto, e in che modo si potevano invece far crescere i suoi poteri reali di coordinamento politico. Si sente parlare molto di Europa ma poco di parlamento europeo. La seconda questione riguardava lo squilibrio, non difficile peraltro da verificare, tra la concretezza e il rigore degli impegni da assumere in vista dell’unione monetaria, e la scarsa concretezza degli impegni che invece riguardavano materie economiche, sociali, politiche, scientifiche tecnologiche. La terza riguardava il rischio di un’Europa a due velocità. C’è da chiedersi a questo proposito se i parametri del trattato sono veramente dogmi essenziali ed intangibili. Non è mai stato cosi e non si capisce perché l’Italia non abbia mai sollevato seriamente questo problema, come avrebbe potuto fare. C’è da chiedersi perché si continua a magnificare l’entrata in Europa come una sorta di miraggio, dietro il quale si delineano le delizie del paradiso terrestre. Non sarà così. Alle condizioni attuali, dal quadro dei vincoli cosi come sono stati definiti, ad aspettare l’Italia non c’è affatto un paradiso terrestre. Senza una nuova trattativa e senza una definizione di nuove condizioni, l’Italia nella migliore delle ipotesi finirà in un limbo, ma nella peggiore andrà all’inferno”.

Brani tratti da “Io parlo e continuerò a parlare”, Mondadori.