L’identità non manca, lo Stato sì, la classe dirigente pure!

Parafrasando le parole di Massimo d’Azeglio: “Fatta l’Italia, fatti gli italiani, ora tocca fare lo Stato Italiano”

Fatta l’Italia ora tocca fare gli Italiani” frase tanto infelice quanto, a nostro modo di vedere, storpiata nel senso nel corso dei decenni. Perché con buona pace di Massimo D’Azeglio, a cui viene attribuita, nel 1861 gli italiani esistevano già da un pezzo. Così come esisteva l’Italia, come concetto che riuniva in un comune destino popoli inizialmente diversi e fusi in quella che i greci chiamavano “koinè”, cioè una lingua e civiltà comune.

L’unica cosa diversa nel 1861 rispetto ai secoli precedenti, è che per la prima volta dai tempi di Odoacre, gli Italiani avevano di nuovo uno Stato unico dalle Alpi a Sicilia. Questa certezza, che sta a fondamento del patriottismo italico e dell’unità della Nazione, ha cominciato a vacillare fortemente agli inizi degli anni novanta, per venire quasi totalmente a mancare ai giorni nostri, abbandonandosi a un cupio dissolvi fatto di secessionismi e di autolesionismo patologico, il cui spettro va dallo snobismo radical chic, al cinismo piccolo borghese, fino al definire l’Italia e gli italiani una mera espressione geografica.

“Io non mi sento italiano ma per fortuna o purtroppo lo sono” cantava sarcasticamente Giorgio Gaber, in una delle sue canzoni dell’ultimo album uscito nel 2003, a poche settimane dalla morte. Forse Il signor G., come spesso poi è accaduto, aveva ragione, ma perché lui e molti altri italiani, ad un secolo e mezzo dall’Unità, non si sentono più tali, non riconoscendo un’identità nazionale di cui esser parte?

La risposta si trova nei diversi livelli di cui è composta l’identità nazionale, ed il livello che maggiormente ha risentito delle alterne vicende storiche, non è quello dell’italianità, che pur passando attraverso le invasioni barbariche, le signorie medievali, le varie conquiste successive della penisola da parte di regni stranieri, non è mai stato più di tanto messo in discussione, ma bensì il livello della costruzione dello Stato italiano, di quell’architettura giuridico-economica che si poggia su solide basi sociali. E perché quest’architettura è così fragile?

Come prima cosa va ricordata la storia dello Stato italiano: uno Stato giovane, nato nel 1861, quando già Francia, Inghilterra, Germania avevano secoli di tradizione statuale alle spalle. Nel Cinquecento e nel Seicento l’Italia mancò l’appuntamento con la modernità e non passò tutte quelle fasi – dalla monarchia assoluta ai regimi parlamentari – che invece vissero queste nazioni. L’unità d’Italia poi, fu il capolavoro politico di una piccola élite, guidata dalle idee di Mazzini, diretta dalla capacità diplomatica di Cavour, supportata militarmente e finanziariamente da Casa Savoia, a cui si aggiunge lo spirito d’impresa di Garibaldi, forse l’unico eroe popolare italiano; ma di certo non fu il prodotto di una congiuntura storica, che coinvolse da subito la maggioranza della futura popolazione italiana e soprattutto non la coinvolse nella costruzione della futura nazione italiana.

Questa particolare e difficile condizione dello Stato italiano era al centro della riflessione di Giovanni Gentile quando nel 1893 approdò, dopo aver vinto un concorso, alla Scuola Normale di Pisa. C’era in lui, come in molti altri giovani italiani all’inizio del Novecento, la volontà di dar forma ad un Italia capace di farsi valere nel mondo e di conseguenza, far sorgere un forte sentimento nazionalpopolare, che desse vita ad una forte identità italiana. Identità che nonostante uno Stato ancora debole e malvissuto in molte parti d’Italia, diede la prova di esistere e di resistere, durante le “tempeste d’acciaio” della Grande Guerra, quando giovani provenienti da tutta la penisola difesero i confini con l’Impero austroungarico, contrapponendo con le armi e ideologicamente, un modello unitario e un popolo culturalmente unito, al modello multietnico e multiculturale asburgico, che infatti non resse dopo la sconfitta e si sfasciò una volta terminato il conflitto.

Ma per Gentile, l’unità politica e culturale non era sufficiente, vi era la necessita (secondo noi a ragione) anche di una costruzione statuale adeguata. Arriva quindi a teorizzare la sua idea di Stato etico, ripresa da quella hegeliana ma adattata al contesto italiano, uno Stato che è per Gentile il fine ultimo a cui gli individui devono tendere e in cui gli individui trovano la loro realizzazione, in netta contrapposizione allo Stato liberale borghese che dalla rivoluzione francese fino alla Marcia su Roma rimase il modello dominante in Italia, contraddistinto dal nichilismo individualista e dal laissez faire economico.

Secondo la teoria di Gentile, gli uomini arrivano allo Stato perché è ravvisabile in essi una tendenza innata alla socialità, a essere inseriti in una comunità che li protegge a cominciare dalla famiglia, nella quale possono vivere e dare un senso alla propria esistenza e che dovranno difendere se ve ne sarà il bisogno, perché difendendo il bene comune, difendono sé stessi. Una teoria dello Stato quindi, fortemente debitrice della tradizione aristotelica, che si concretizzerà almeno in parte, una volta che Gentile sarà diventato ministro dell’Istruzione e dell’Educazione nella riforma della scuola, dove lo Stato diventa appunto, educatore.

Il problema sorge quando Gentile, come da lui espresso in un discorso l’8 marzo 1925 a Firenze, passa da quest’idea, all’idea dello Stato totalitario in cui l’individuo vive unicamente per lo Stato e vengono soppresse tutte le libertà individuali che non sono organiche alla creazione dello stesso, parole riprese poco dopo nel discorso di Mussolini del 25 giugno in cui preciserà : “Vogliamo insomma fascistizzare la nazione, tanto che domani italiano e fascista, come presso a poco italiano e cattolico, siano la stessa cosae  concretizzato nel 1928 con l’instaurazione del regime.

Ed è questo il nodo centrale della questione, se l’esistenza dell’Italia è ancora oggi messa in discussione, se ancora oggi alcuni italiani non si sentono tali e vedono lo Stivale come una mera espressione geografica abitata da individui, invece che da un popolo, è principalmente dovuto al fascismo alla sua esaltazione fino alla parodia dell’italianità, al suo quasi riuscito tentativo di fondere insieme “italiano e fascista” provocando un cortocircuito su cosa veramente significasse essere italiani, tanto da creare in una buona parte della popolazione, soprattutto dopo la caduta del regime, un rigetto nei confronti di ogni manifestazione dell’italianità, in quanto marchiata come fascista.

L’ultimo colpo arrivò con l’instaurazione della Repubblica, quando ai suoi albori cercò in ogni modo,  non senza ragioni, di rimuovere qualsiasi elemento che ricordasse il fascismo e tutto ciò che potesse essere in odore di ricordarlo, ma così facendo rimosse inevitabilmente anche alcune parti caratterizzanti l’identità e l’unità della Nazione italiana, lasciando scoperto il fianco ai futuri regionalismi e localismi che invece di esser vissuti come ricchezza e valore aggiunto, sono diventati terreno di scontro politico su più livelli.

Se si vuole invece ritrovare un senso di unità statuale è necessario ricongiungere i fili spezzati con il processo di costruzione della Nazione, accettare che l’Italia, pur deprecandone i risultati, fu anche fascista e prim’ancora monarchica, fino a scendere ai moti risorgimentali, alle decine di insurrezioni alla ricerca dell’autogoverno, alla conquista dello Stato Nazionale, perché il popolo italiano che già all’epoca esisteva di fatto, potesse ritornare ad esistere anche formalmente, attraverso un’architettura politico-giuridica, che non sarà mai perfetta ma necessaria.

Perché l’Italia pur essendo la terra delle “mille patrie”, dei campanilismi, dei “popoli italiani”, non ha mai avuto vere crisi d’italianità, non c’è mai stata l’idea di un’Italia che si potesse dividere in due nemmeno durante la guerra civile, vi furono, semmai, solamente italiani in lotta fra loro per determinare la forma politica del nuovo Stato, che sarebbe sorto dalle ceneri della seconda guerra mondiale, non per crearne altri.

Forse, l’unica vera mancanza, è quella di una classe dirigente in grado rimettere al centro la questione nazionale.

Parafrasando le parole di Massimo d’Azeglio: “Fatta l’Italia, fatti gli italiani, ora tocca fare lo Stato Italiano”.